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Faccio la casalinga. A quel punto ho approfondito. Cosa significa fare la casalinga?

Ho preso un caffè, in piedi come al solito e guardandomi intorno c’era questa donna. Sguardo basso, occhi segnati dalla vita ma con uno spirito positivo. Ho pensato di salutarla e poi si sa, in paese basta poco e la gente inizia a parlare e raccontare delle loro vite, che possono sembrare banali eppure hanno tantissimo da insegnare.

Ci accomodiamo ad un tavolino e subito le chiedo cosa fa nella vita.

Mi risponde raccontando della sua famiglia, dei figli, dei nipoti. In maniera molto superficiale eppure so che dietro c’è una storia ben più complicata.

Però la cosa che più mi ha colpita è stato un dettaglio. Faccio la casalinga. A quel punto ho approfondito. Cosa significa fare la casalinga?

Ha iniziato a raccontare di quando a 19 anni si è sposata e con il marito sono andati a Torino, sia come viaggio di nozze sia per rimanerci poi 3 anni. Sono arrivati a Caselle, è nato il primo figlio, il marito lavorava come finanziere in aeroporto e lei si dedicava alla casa. Lavava, stirava, puliva, si prendeva cura del giardino in comune e cuciva. Aveva iniziato a lavorare (in nero ovviamente) per una sua vicina di casa che possedeva una sartoria ma da sola non riusciva ad accontentare tutti i suoi clienti.

Inizialmente è stata messa alla prova ma, nel momento in cui le sue doti sono state apprezzate è stata subito messa da parte, con mille difficoltà e soprattutto richieste economiche che non poteva permettersi. E queste richieste economiche erano “comprare il filo, quello grosso per poter cucire più vestiti” e doveva comprarne di diversi colori. Ma “bisogna pur fare i conti con le proprie tasche” e ha dovuto rinunciare proprio perché non poteva permettersi di comprare tutto quel filo e soprattutto non aveva ricevuto nessun aiuto da parte della sua vicina di casa, che anziché darle capi di colori simili optava per capi di colori molto diversi tra loro. Il che implicava comprare diversi colori di filo.

E quindi per 3 anni ha continuato a vivere a Caselle, cucinare e cucire i vestiti per se e per suo figlio. Non chiedeva mai aiuto a nessuno e le zucchine “troppo grosse, quelle che sono buone da bollire” che gli altri buttavano perchè troppo amare, lei le faceva diventare delle squisitezze da far invidia!

Dopo questi 3 anni si sono spostati a Pompei e qui ha iniziato a cucire grazie alla bontà di Maria, una donna che aveva deciso di smezzarsi con lei il lavoro. Prendevano mille lire a capo. Di solito erano tutti bianchi e così hanno entrambe potuto comprare il filo! Nel mentre ha avuto il secondo figlio. Sono riusciti ad integrarsi alla perfezione con tutti intorno. A differenza del nord, dove la maggior parte delle persone li guardavano come degli stranieri. Hanno vissuto per altri 3 anni a Pompei e dopo giornate intere a svegliarsi, accudire la casa e la famiglia, cucinare e la notte cucire, ha potuto comprarsi una macchina per cucire. I suoi risparmi li ha utilizzati per comprare altro lavoro. In questo modo, dice, non faceva mancare niente ai suoi figli, che crescevano giocando per strada e davano una mano in casa quando glielo chiedeva.

Quando raccontava questa storia, nei suoi occhi c’era gioia e tristezza. Rimorso e sensi di colpa. Avrebbe voluto fare di più, fare le cose in maniera diversa. Avrebbe voluto la sua indipendenza, senza dover essere solo (!) casalinga. Avrebbe voluto una sua piccola boutique dove cucire e magari insegnare il mestiere a qualcun altro. (“impara l’arte e mettila da parte”).

Una donna che si è sempre data da fare senza farsi vedere. Senza farsi vedere dal marito e subendo dalla vita ciò che oggi potremmo chiamare “sfortuna”.

Questa donna ha una dote nascosta, che avrebbe potuto renderla ricca. E perché non ci è riuscita? Prima, i tempi, erano diversi rispetto ad ora.

Ora siamo sempre qui a lamentarci, a non accontentarci ma anche a non saper fare niente. Cosa sappiamo realmente fare? Quanto ci vuole, ora, per “specializzarsi” in qualcosa? Non possiamo. E non dobbiamo fermarci ad una sola cosa. Il mondo è cambiato, il mondo di quella donna è qualcosa di lontanissimo da noi. Eppure è ciò che notiamo maggiormente quando iniziamo a buttarci e lanciarci nel mondo del lavoro. L’avanzamento è avvenuto si, ma a livello lavorativo il mondo è fermo alla casalinga che dal sud è andata al nord ed è ritornata al sud senza aver sfruttato la sua dote.

Oggi le doti sono la multidisciplinarietà e il networking. Oggi bisogna puntare su più livelli e non fermarsi a dire so fare questo e basta. Bisogna saper fare più cose, e sapersi adattare ad un mondo in continua evoluzione che non ci aspetta. Non aspetta noi che dobbiamo ancora scegliere cosa fare.

Il saper fare più cose potrebbe sembrare un qualcosa di negativo, eppure non lo è.

Non più. Deve essere visto come un momento evolutivo che ci permette di capire diversi punti di vista. Non è un limite. Ovviamente, raggiungere il sapere totale non è possibile. Bisogna definire, con se stessi, un “campo d’azione”, un’identità lavorativa. Saper sfruttare le diverse conoscenze per farci crescere su diversi livelli su ciò che maggiormente ci interessa.

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